Il femminicidio esiste: ha l’identità di ogni donna uccisa  per essere stata donna

Il femminicidio esiste: ha l’identità di ogni donna uccisa per essere stata donna

Approvo e ammiro chiunque, a vario titolo, abbia un pensiero proprio e il coraggio di manifestarlo anche quando va controcorrente. Tuttavia a tutto c’è un limite e da psicologa e psicoterapeuta impegnata nel contrasto della violenza di genere non posso restare in silenzio. Ritengo che, al netto della libertà di espressione di ciascuno, alcuni concetti non possono essere usati per fare rumore mediatico, per conquistare le prime pagine a scapito del dolore. È stato detto che il femminicidio non esiste, che sarebbe un omicidio come tutti gli altri.

Dissento da questa conclusione semplicistica e probabilmente, e volutamente, provocatoria a cui giunge l’autore.

Il femminicidio ha un’identità propria e definita, che si scosta nettamente da quella dell’omicidio comune, sia sul piano giuridico che su quello psicologico. Per molto tempo l’ordinamento italiano non ha previsto il “femminicidio” come reato autonomo, più di recente, il 25 novembre 2025 l’ordinamento ha introdotto nel codice penale il delitto autonomo di femminicidio. Non si tratta di una sottigliezza nominalistica: è la differenza tra un fenomeno isolato e un fenomeno strutturale, che il legislatore ha riconosciuto come tale proprio perché possiede una matrice causale specifica e ricorrente, distinta da quella di altre tipologie di omicidio, e che richiede strumenti di prevenzione, formazione e intervento dedicati.

Sul piano psicologico, quello che maggiormente mi appartiene,  la differenza è ancora più profonda. Nell’omicidio comune il movente può essere il più vario: rapina, vendetta, conflitto estemporaneo, patologia psichiatrica scollegata dal genere della vittima. Nel femminicidio, invece, il filo conduttore è sempre lo stesso: il possesso. Non si uccide “una persona”, si uccide “la propria donna”, quella che si percepisce tale o come estensione di sé, oggetto del proprio controllo, e che con la separazione, il rifiuto o semplicemente l’autonomia mette in crisi un’identità maschile costruita sul dominio. È l’esito ultimo di un continuum che parte dalla gelosia patologica, attraversa il controllo, l’isolamento, la svalutazione, e arriva alla violenza fisica quando l’uomo non possiede strumenti emotivi per tollerare la perdita, la frustrazione, il rifiuto. Non è un raptus, come spesso si tenta di raccontarlo: è l’epilogo di un’incapacità cronica di gestire la propria emotività e di un deficit di mentalizzazione che impedisce di riconoscere l’altra come soggetto autonomo e non come proprietà.

Per questo il femminicidio porta in sé, a mio parere, l’identità di ogni donna uccisa in quanto donna.

Non è la donna a essere intercambiabile con qualsiasi altra vittima di omicidio, è il movente a essere sempre riconducibile alla stessa dinamica di potere e controllo che attraversa generazioni e culture diverse. Ridurlo a “omicidio come tutti gli altri” significa cancellare questa specificità, e con essa la possibilità stessa di prevenirlo, perché si previene solo ciò che si riconosce come pattern.

Il femminicidio esiste, e porta l’identità di tutte quelle donne, figlie, madri, sorelle, amiche, che non ci sono più.

Roberta Siragusa, diciassettenne uccisa a Caccamo nel gennaio 2021 e data alle fiamme dal fidanzato Pietro Morreale, dopo una violenta lite scaturita dalla decisione di Roberta di lasciarlo, la sentenza di Cassazione ha riconosciuto nella gelosia patologica dell’autore il movente del delitto.

Giulia Cecchettin, uccisa nel novembre 2023 dall’ex fidanzato che non accettava la fine della relazione.

Vanessa Ballan, ventiseienne incinta uccisa a coltellate nel dicembre 2023 da un ex compagno che non tollerava la fine della relazione clandestina e l’aveva minacciata di morte.

Giulia Tramontano, uccisa nel maggio 2023 dal compagno mentre era incinta.

E purtroppo tante altre con loro…

Ognuna di loro porta un nome, una storia, un volto.

E ognuna di loro, insieme, porta lo stesso destino: essere state uccise non per quello che avevano fatto, ma per quello che erano.