Il video di Ceriale e quello che ci racconta di noi
Nella notte tra il 19 e il 20 giugno 2026, sull’Aurelia che attraversa Ceriale, in provincia di Savona, una Fiat 500 condotta da una ragazza neopatentata investe violentemente un motorino su cui viaggiano due giovani donne, Sofia Barberi, 23 anni, e la sua amica Elena. L’urto è devastante: le due ragazze vengono sbalzate dalla sella. Sofia arriva in ospedale in codice rosso e muore poche ore dopo. Elena sopravvive, ma le viene amputato un piede.
Fin qui, una tragedia come tante. Poi accade qualcosa che ci costringe a fermarci.
Mentre le due ragazze erano ancora sull’asfalto, uno dei giovani a bordo dell’auto impugna il telefono, inquadra la macchina distrutta, le volanti dei carabinieri che si allontanano, e comincia a parlare. “Te lo giuro, questa è morta. Abbiamo rotto tutto stanotte, bro.” Il video viene postato su Instagram in tempo reale.
Negli stessi istanti, medici, infermieri e volontari stavano tentando di salvare la vita alle due giovani. Seguono altri contenuti: il ragazzo inquadra l’insegna della caserma dei carabinieri e aggiunge “per un mese niente lavoro fratello, tentato omicidio ci hanno fatto”, poi si mette a cantare.
Ore dopo, una storia di scuse: “Non avevo capito la gravità della situazione, sono un cog***, me ne vergogno.”
E infine, un nuovo reel girato all’aeroporto di Malpensa, sorridente, in partenza su un volo low cost: “Mi sa che il mio piano di fare bella vita felice in Italia è fallito. Tutta Italia ci odia, remigrazione.”
Un epilogo che, se possibile, è ancora più rivelatore del video iniziale.
Come psicologa e psicoterapeuta, seguo da anni i fenomeni di devianza giovanile e violenza. E ciò che mi ha colpita in questa vicenda non è solo lo sconcerto morale, comprensibile, condiviso, sacrosanto, ma la precisione con cui questo episodio fotografa qualcosa di strutturale, qualcosa che riguarda il modo in cui una parte della gioventù contemporanea costruisce il proprio sé, legge la realtà e si relaziona agli altri.
Non sto parlando di un ragazzo cattivo. Sto parlando di un ragazzo che ha perso, o forse non ha mai trovato, il confine tra ciò che è reale e ciò che appare sullo schermo.
Per comprendere il comportamento di quel giovane a Ceriale, bisogna partire da una domanda apparentemente semplice: perché filmare? Perché, davanti a una ragazza morta, il gesto istintivo, non riflessivo, non pianificato, è impugnare il telefono e condividere?
La risposta non sta nella malvagità individuale. Sta in un cambiamento profondo nel modo in cui molti giovani, e non solo loro, sperimentano la realtà. La mediazione tecnologica, negli ultimi quindici anni, non ha semplicemente cambiato come comunichiamo: ha cambiato come percepiamo, come elaboriamo, come valutiamo il peso degli eventi.
Quando il telefono diventa lo strumento attraverso cui si registra la propria esistenza, la realtà smette di essere vissuta in modo diretto e comincia a essere processata come contenuto. Le cose non accadono soltanto: accadono e vengono riprese. E il gesto del riprendere (così automatico, così interiorizzato) porta con sé un’inevitabile distanza emotiva dall’evento. Il dolore degli altri diventa inquadratura. La morte diventa storia. Il terrore diventa engagement.
Questo non è cinico nel senso classico del termine. È qualcosa di più sottile e più preoccupante: è un cortocircuito empatico indotto dalla logica stessa del mezzo.
C’è un secondo livello da considerare, che riguarda il senso di sé. Erik Erikson, con la sua teoria dello sviluppo psicosociale, aveva individuato nell’adolescenza il momento critico della costruzione dell’identità: chi sono? cosa valgo? come mi vedono gli altri? Queste domande sono fisiologiche, necessarie, e richiedono un lavoro interiore lento, spesso faticoso.
I social media hanno trasformato questo processo. Oggi l’identità non si costruisce dall’interno verso l’esterno, attraverso l’esperienza, la riflessione, la relazione autentica, ma dall’esterno verso l’interno, attraverso la visibilità, il consenso, il like. Il sé diventa un brand da gestire. La propria storia personale diventa un feed da ottimizzare.
Il risultato è un’identità strutturalmente dipendente dalla conferma esterna, fragile di fronte al silenzio, incapace di reggersi senza pubblico. Quando il giovane di Ceriale filma e posta, non sta semplicemente documentando un evento: sta esistendo. Sta dicendo: io c’ero, io conto, io genero reazioni. Anche se quelle reazioni sono orrore e sdegno.
La cosa più inquietante, in fondo, non è il video della notte dell’incidente. È il reel girato all’aeroporto il giorno dopo, sorridendo. Perché anche la vergogna, anche la caccia all’uomo sui social, anche la partenza affrettata dall’Italia vengono trasformate in contenuto. In una storia. In una nuova opportunità di visibilità. Come se non ci fosse un “sé” al di fuori di quello schermo, nessun luogo interiore dove andare a stare quando il mondo esterno diventa ostile.
C’è poi un terzo elemento, che in psicologia sociale studiamo con crescente preoccupazione: la progressiva erosione della capacità empatica nei contesti ad alta mediazione digitale.
L’empatia non è soltanto un “sentire”. È una competenza, che si sviluppa nell’incontro corporeo con l’altro, nella capacità di stare con il dolore altrui senza fuggire, nel riconoscere nell’altro un essere umano con una storia, una famiglia, dei sogni. I social media tendono a ridurre l’altro a un profilo, a una serie di contenuti, a uno stimolo emotivo da valutare in frazioni di secondo.
Sul lungo periodo, questa compressione impoverisce la capacità di mentalizzazione, la facoltà, descritta brillantemente da Peter Fonagy, di percepire e interpretare il comportamento proprio e altrui in termini di stati mentali intenzionali: desideri, sentimenti, bisogni. Un giovane che ha costruito la propria vita relazionale prevalentemente nel digitale, in molti casi, fatica a sentire che dietro un corpo a terra c’è una persona. Vede la scena, ma non riesce ad abitarla emotivamente.
A questo si aggiunge il calo progressivo della tolleranza alla frustrazione. Viviamo in un’epoca di gratificazione immediata: un click, un video, una risposta in tempo reale. Questa cultura dell’istante erode la capacità di aspettare, di contenere, di reggere il no. E quando il no arriva, nella vita reale, nei rapporti, nelle circostanze, spesso produce reazioni sproporzionate: aggressività, rabbia, senso di ingiustizia intollerabile. Il giovane di Ceriale che, dopo il video, scappa all’estero come risposta alle critiche, non sa elaborare la frustrazione in nessun altro modo che non sia la fuga e il reframe narrativo sui social.
Dobbiamo anche considerare che quella notte c’erano più ragazzi nell’auto. Non uno solo. E questo ci porta a un terreno fondamentale della psicologia sociale: le dinamiche di gruppo e il loro effetto sul comportamento individuale.
Le teorie di Gustave Le Bon sulla psicologia delle folle avevano intuito qualcosa di fondamentale: nel gruppo, l’individuo sperimenta un allentamento dei freni inibitori, una riduzione del senso di responsabilità personale, un aumento della suggestionabilità e dell’impulsività. Philip Zimbardo, con il concetto di deindividuazione, ha descritto come la presenza del gruppo e l’anonimato, possano abbassare le soglie di autocontrollo e far emergere comportamenti che l’individuo, da solo, non metterebbe mai in atto.
In un gruppo di pari adolescenti o giovani adulti, la logica del “fare colpo”, del dimostrare di essere il più audace, di suscitare la risata o l’ammirazione del gruppo, può facilmente prendere il sopravvento sulla voce interna che dice: questo non si fa. E quella voce interna, la coscienza, il senso etico, la capacità di riconoscere il dolore altrui, si affievolisce ulteriormente se è stata poco coltivata negli anni della crescita.
Albert Bandura, con la sua teoria dell’apprendimento sociale, ci ricorda che i comportamenti aggressivi e devianti non emergono dal nulla: vengono appresi, imitati, rinforzati. Se il modello che un giovane ha interiorizzato, dai social, dai pari, dall’ambiente familiare e culturale, è quello di chi “vince” diventando virale, di chi ottiene visibilità attraverso la provocazione, allora quel modello diventa una guida comportamentale, anche nei momenti più drammatici.
C’è infine una dimensione legata allo sviluppo che non possiamo ignorare. L’adolescenza e la prima età adulta sono caratterizzate, fisiologicamente, da una tendenza al pensiero magico e onnipotente, da una sottostima del rischio e da una scarsa capacità di proiezione sulle conseguenze a lungo termine. Le neuroscienze ci spiegano che la corteccia prefrontale, la sede della pianificazione, del giudizio, del controllo degli impulsi, completa la sua maturazione solo intorno ai 25 anni.
Quello che preoccupa oggi è che questo senso di onnipotenza, lungi dal ridimensionarsi con l’avanzare dell’età, viene costantemente alimentato da un ambiente digitale che premia chi osa di più, chi rompe i tabù, chi non si ferma davanti a niente. I limiti, il confine tra il lecito e l’illecito, tra il rispetto e la violazione, tra il dolore e lo spettacolo, vengono percepiti come ostacoli arbitrari, non come strutture di senso necessarie alla convivenza.
E così un ragazzo di vent’anni si trova davanti a una persona morente, con un telefono in mano, e la logica che lo guida non è: questa è una tragedia umana. È: questo è un contenuto.
Ma c’è ancora speranza. Però dobbiamo lavorarci adesso.
Sarebbe comodo fermarsi allo sdegno. Ma lo sdegno, da solo, non cambia nulla. Cambia qualcosa soltanto se diventa coscienza collettiva, e la coscienza collettiva diventa azione educativa concreta.
Quello di cui abbiamo urgente bisogno non è più tecnologia, né più controllo. Abbiamo bisogno di una educazione emotiva profonda, che cominci presto, che arrivi nelle scuole dell’infanzia, nelle famiglie, nei contesti sportivi e ricreativi, nelle parrocchie, nelle piazze. Un’educazione che insegni ai bambini a riconoscere le proprie emozioni e quelle degli altri, a tollerare la frustrazione, a stare con il dolore senza scappare, a costruire un senso di sé che non dipenda dal consenso esterno.
Daniel Goleman, quando parlava di intelligenza emotiva, non stava descrivendo un’abilità opzionale, un lusso formativo. Stava descrivendo il fondamento stesso della vita civile. Un bambino che impara a riconoscere il dolore dell’altro, a fermarsi davanti a lui, a chiedersi “come ti senti?”, diventa un adolescente più capace di empatia e un adulto più responsabile.
Noi abbiamo la possibilità concreta di costruire questa differenza. Non aspettando che i ragazzi crescano e poi cercando di riparare i danni, ma intervenendo prima, nei luoghi dove si forma il carattere, dove si plasma il modo di stare al mondo.
La morte di Sofia Barberi non deve diventare solo un caso di cronaca da commentare e poi dimenticare. Deve diventare un’occasione, purtroppo dolorosa, per interrogarci su che tipo di adulti stiamo formando, su quali valori stiamo trasmettendo, su che mondo stiamo lasciando a chi viene dopo di noi.
Perché la risposta a “questa è morta” non può essere solo indignazione virale. Deve essere educazione, relazione, cura. Deve essere la scelta, difficile, quotidiana, silenziosa, di restare umani.
Dott.ssa Antonella Petrella, Psicologa Psicoterapeuta

