PRIMA CHE DIVENTI CRONACA NERA:  due libri e una scommessa per parlare di violenza ai bambini per crescere adulti capaci di riconoscerla

PRIMA CHE DIVENTI CRONACA NERA: due libri e una scommessa per parlare di violenza ai bambini per crescere adulti capaci di riconoscerla

Tutto è nato da un’intuizione e da una necessità: parlare di violenza ai bambini, per aiutarli a darle un nome. Perché quello che non ha un nome non si riconosce, e quello che non si riconosce non si può fermare.

Con questa idea in testa ho chiesto ad alcune delle mie amiche più care di accompagnarmi in un’avventura. Ne è nato Fiabe con il paracadute, scritto insieme ad Anna Paolella, pedagogista e dirigente scolastica e realizzato concretamente da Angela D’Angelo, docente ed ingegnere delle telecomunicazioni.

Ventisei fiabe per bambini e ragazzi dai sei ai quindici anni, e per gli adulti che stanno loro accanto.

Il titolo dice già il metodo. La fiaba porta in alto, permette di guardare da vicino cose difficili restando al sicuro. Il paracadute è tutto ciò che accompagna la discesa, un piccolo vocabolario per dare le parole giuste alle emozioni, schede di lettura, indicazioni pratiche su come e a chi chiedere aiuto. E un libro in bianco e nero, con disegni da colorare realizzati da Arianna Valeria Raffaldi, medico e ufficiale dei Carabinieri, perché il bambino non resti spettatore ma metta le mani dentro la storia.

Fiabe con il Paracadute non è un libro da lasciare in mano a un bambino da solo. È un libro attorno al quale ci si siede insieme, genitori, nonni, insegnanti, educatori. La lettura condivisa è la parte terapeutica del lavoro, nella fiaba il bambino trova la distanza che gli serve per avvicinarsi, nell’adulto trova la conferma che di quelle cose si può parlare. In questi anni il libro è entrato nelle scuole, nelle biblioteche, nei laboratori e nelle famiglie.

Ecco perché lo considero uno strumento di prevenzione primaria a tutti gli effetti, arriva ai più piccoli, cioè alle radici. E dalle radici crescono rami solidi, fatti di conoscenza, consapevolezza, gentilezza e rispetto.

L’anno successivo, con la consapevolezza che quel primo lavoro mi aveva aiutato a maturare, ho proposto alle mie compagne di viaggio una nuova avventura. È stata accolta con lo stesso entusiasmo, e questa volta ci siamo rivolte alle donne e agli uomini.

Così è nato Senza specchio. Storie di ordinaria violenza. Come già per il primo libro, i proventi delle vendite sono devoluti a un’associazione che sostiene bambini in condizioni di fragilità SOS Infanzia nel mondo OdV.

Il libro racconta storie vere. Storie di quella violenza che stiamo pericolosamente imparando a normalizzare: velata dalla cultura, protetta dall’abitudine, a volte perfino giustificata dal linguaggio comune, “è geloso perché ti ama”, “sono cose che capitano in tutte le coppie”, “in fondo poi ha chiesto scusa”. Ogni racconto è accompagnato da schede di approfondimento che aiutano a mettere a fuoco i segnali e le conseguenze delle relazioni disfunzionali.

Il titolo nasce da quello che vedo nel mio lavoro clinico, chi vive dentro una relazione violenta perde progressivamente il proprio riflesso. Non si riconosce più. Lo specchio  in cui vedersi e riconoscersi è stato tolto pezzo dopo pezzo, prima le amicizie, poi il denaro, poi il giudizio su di sé, infine la certezza di ricordare bene le cose.

I due libri, insieme, provano a far passare il messaggio che la violenza non è un raptus. È una costruzione. Ha un tempo, delle fasi, una progressione che quasi sempre comincia da gesti che nessuno chiamerebbe violenti, il controllo del telefono, la battuta che umilia davanti agli altri, l’isolamento presentato come amore esclusivo, la svalutazione quotidiana, il silenzio punitivo. Poi la tensione sale, esplode, e arriva la riconciliazione che rimette tutto a posto e convince a restare. E il ciclo ricomincia, un giro più stretto. Quando la cronaca ci consegna il fatto più cruento, quel fatto ha alle spalle una storia lunga, che qualcuno intorno spesso ha visto e non ha saputo nominare.

Dopo gli ultimi casi di violenza, “dove stiamo sbagliando?” è la domanda che molti di noi si stanno facendo. Io credo che l’impegno non sia mai sbagliato. Semmai va scelto meglio il punto in cui applicarlo.

Il punto, a mio avviso, risiede nella prevenzione primaria, quella che si fa prima, quando ancora non c’è un caso da gestire. E si fa dentro le agenzie educative: la scuola e la famiglia in primo luogo, ma anche la parrocchia, la società sportiva, l’associazione di quartiere. Sono i luoghi in cui i bambini imparano, guardando gli adulti più che ascoltandoli, che cosa è normale in una relazione, come si dice di no, come si accetta un no, che cosa si fa con la rabbia, quanto vale il corpo dell’altro.

E in parallelo serve un lavoro chiaro e non allusivo con la popolazione adulta, con le donne, ma anche con gli uomini, su tre cose molto concrete, quali sono i segnali precoci della violenza, come si riconoscono quando riguardano noi o una persona vicina, e che cosa si fa dopo averli riconosciuti. Questo può fare la differenza.

I nostri due testi sono autoprodotti. Non sono scritti come li scriverebbe uno scrittore di professione, avranno sicuramente molte lacune stilistiche ma sono scritti con una motivazione fortissima che nasce da una felice intuizione. In questi anni hanno raggiunto tantissime persone, e a molte di loro hanno fatto bene, me lo dicono le insegnanti, i genitori, e le donne che dopo una presentazione si fermano a parlare quando la sala si è svuotata.

Per questo continuiamo a investirci tempo, competenza ed entusiasmo. Non perché due libri possano fermare la violenza, ovviamente non possono. Ma perché la prevenzione è fatta esattamente di questo, di gesti piccoli, ostinati e ripetuti, che si sommano a quelli di tanti altri.

Ad ognuno la sua parte. È così che si costruisce un mondo migliore, una fiaba, una storia, una conversazione alla volta.

Antonella Petrella