Tredici donne uccise in tre mesi: cosa non stiamo capendo
Ci sono notizie che, a un certo punto, smettono di farci alzare la testa dal piatto. Il telegiornale dice il nome di una donna, l’età, la città. Dice che è stata uccisa dal marito, dal compagno, dall’ex. Poi passa alla pubblicità, e noi passiamo al secondo piatto. Non perché siamo persone cattive: al contrario, proprio perché siamo persone normali, con una mente che fa esattamente ciò per cui è stata costruita, cioè proteggerci.
Quest’estate ha dato a molti la sensazione di un’escalation. Ho voluto verificare se i numeri la confermassero, e la risposta è insieme sì e no. In Italia non esiste una cifra ufficiale unica dei femminicidi, e non perché qualcuno sbagli i conti, si contano cose diverse. Il Ministero dell’Interno, che dal 2026 rileva anche il nuovo reato autonomo di femminicidio introdotto dalla legge del dicembre 2025, indica nel Dossier Viminale del 15 agosto 34 donne uccise nel primo semestre contro le 54 dello stesso periodo del 2025: un calo del 37 per cento. L’Osservatorio di Non Una Di Meno, che adotta criteri più ampi, all’8 agosto aveva censito 49 casi complessivi nel 2026, di cui 40 femminicidi.
Eppure la percezione di una raffica non è sbagliata: misura semplicemente un’altra cosa. Dal 1° giugno al 22 agosto, ottantatré giorni, sono state uccise almeno tredici donne e una bambina in contesti riconducibili alla violenza di genere o familiare. Una ogni sei giorni. E soprattutto: fra il 15 e il 18 agosto quattro donne sono morte in quattro regioni diverse nel giro di novanta ore. Quando gli eventi si addensano, il cervello non calcola una media annuale ma registra una scarica. E una scarica pesa più di una statistica.
Elencare i nomi delle vittime fa male e serve poco, se ci si ferma lì. Perché il primo meccanismo che ci allontana da queste storie è antichissimo e si chiama assuefazione. Davanti a uno stimolo che si ripete uguale a sé stesso, la risposta si riduce. È lo stesso motivo per cui non sentiamo più il rumore del frigorifero. Il guaio è che la mente non distingue il frigorifero dal femminicidio, se la notizia arriva sempre nello stesso formato, stesso servizio di due minuti, stesso portone, stesso vicino che dice “sembravano una coppia normale” viene archiviata come categoria nota, e la soglia di allarme si abbassa. Non decidiamo di disinteressarci ma accade. A questo si aggiunge un dato controintuitivo e ampiamente documentato, l’affievolimento della compassione. La nostra capacità di commuoverci non cresce con il numero delle vittime, cresce fino a uno e poi si appiattisce. Una persona con un volto e una storia ci muove; venti persone diventano una cifra, e una cifra non fa piangere nessuno.
Sopra l’assuefazione lavorano poi alcune scorciatoie di pensiero, modi di funzionare della mente. La credenza in un mondo giusto genera automaticamente le domande che sentiamo in ogni bar d’Italia, perché non l’ha lasciato prima, perché non ha denunciato, perché è tornata. Non sono domande di curiosità, sono tentativi di trovare nella vittima un errore, perché se l’errore c’è allora esiste un modo per non commetterlo, e io sono salvo. L’illusione di invulnerabilità fa il resto, ci convinciamo che succeda solo in certe famiglie, in certi quartieri, a certe donne, non nella mia casa. Ed è esattamente per questo che i segnali passano inosservati. Poi c’è il mito del raptus. Quando cerchiamo spiegazioni tendiamo ad esagerare il peso della sua indole e sottovalutiamo quello della storia: così l’uomo che uccide diventa “un mostro”, “un pazzo”. Sono parole confortanti, perché tracciano un confine netto tra lui e noi, ma sono quasi sempre false. Il femminicidio non arriva senza preavviso: prima ci sono controllo, gelosia, isolamento, umiliazioni, minacce, aggressioni. Il raptus non è una diagnosi, è il nome che diamo alla parte della storia che non abbiamo voluto vedere.
Tutte queste difese, la negazione, l’intellettualizzazione che trasforma la sofferenza in dibattito sulle pene, hanno la stessa funzione e cioè mettere distanza tra noi e l’idea insopportabile che possa succedere anche a noi, o a nostra figlia. Il paradosso è che quella distanza ci protegge dall’angoscia e insieme ci toglie l’unica cosa che servirebbe davvero, cioè la capacità di riconoscere i segnali quando li abbiamo sotto gli occhi. Il sindaco di Colleferro, dopo l’omicidio di Joanna, lo ha detto meglio di qualunque manuale: c’erano dei segnali, ma sono sfuggiti. Che cosa muove, allora, questa violenza? Nessuna spiegazione è completa e nessuna è mai una giustificazione, ma alcune costanti si vedono bene. Il femminicidio è quasi sempre un delitto della fine, della separazione decisa, annunciata, tentata. Guardate ai fatti accaduti questa estate, una separazione in corso, un divorzio da un anno, una casa da vendere, un trasloco con il figlio. Non è la passione che uccide, è l’incapacità di tollerare che l’altra persona esista separatamente da sé. Il possesso, del resto, non si inventa, si impara nelle case in cui l’amore si dimostra controllando, nelle battute che passano per complimenti, nell’idea che la gelosia sia una prova d’affetto e non un campanello d’allarme. E si accompagna quasi sempre a un analfabetismo emotivo profondo. Molti uomini violenti non sentono meno, sentono tantissimo ma non hanno parole. Un’emozione che non ha nome non può essere pensata; se non può essere pensata non può essere regolata; e se non può essere regolata esce dal corpo come agito.
Qui entra l’empatia, e va detta con precisione perché è un punto spesso semplificato. La letteratura internazionale conferma che gli autori di violenza nella coppia presentano, alterazioni delle competenze empatiche in particolare di quella cognitiva, la capacità di riconoscere le emozioni sul volto dell’altro e di assumerne il punto di vista con compromissioni documentate anche nelle funzioni esecutive, più marcate nei profili con tratti antisociali. Non si tratta però di un’assenza totale né di un quadro uniforme, in alcuni casi la difficoltà è nel riconoscere, in altri quelli più orientati al controllo coercitivo, la lettura dell’altro funziona perfettamente e viene usata come strumento. So esattamente dove farti male. Non è un deficit di percezione, è un deficit di risonanza, capisco che soffri, e la tua sofferenza non mi ferma. Resta il punto decisivo, l’empatia non è un tratto fisso con cui si nasce, è una competenza che si sviluppa, si allena o si atrofizza, e le finestre in cui si costruisce sono l’infanzia e la preadolescenza.
Nel frattempo, gli strumenti che ci siamo dati, il Codice Rosso, l’ammonimento del questore, il braccialetto elettronico, il nuovo reato punito con l’ergastolo, servono, ma questa estate ha mostrato con brutale chiarezza dove si rompono. Tania Terrin aveva fatto tutto quello che le avevamo detto di fare, aveva denunciato dopo un’aggressione ad aprile, era scattato il Codice Rosso, a giugno il questore aveva emesso un ammonimento, aveva perfino avvertito i vicini nella chat del condominio di non aprire il portone a quell’uomo. Il sistema sapeva. È stata uccisa il 15 agosto nella sua casa. Su di lui risultavano denunce presentate nell’arco di vent’anni da tre precedenti compagne, tutte poi ritirate. Sua madre, dopo il funerale, ha detto che alle donne che denunciano bisognerebbe dire di fare la valigia e sparire, perché non c’è altro modo di proteggerle. Ciò ovviamente non è vero, e spero con tutte le mie forze che non lo diventi. Ma è la fotografia esatta della sfiducia che stiamo generando.
Il punto è che una misura di sicurezza è per definizione una risposta a un rischio già emerso. Interviene quando la violenza c’è già stata. Fare prevenzione a quel punto è come installare un rilevatore di fumo mentre la casa brucia. E c’è dell’altro, che dico da dentro. Chi viene ai nostri convegni? Chi partecipa alle iniziative del 25 novembre? In larghissima parte donne, insegnanti, operatori, persone già sensibili. Andiamo nelle scuole, nelle piazze, e facciamo bene, ma la piazza raggiunge chi si ferma. Gli uomini a rischio non sono in quella piazza, e non si riconoscono nella parola violenza, perché nella loro testa non sono violenti, sono uomini che hanno ragione. Infine c’è la ragione più semplice di tutte, che non è tecnica ma antropologica, ciascuno di noi è un mondo a sé, centrato nel proprio piccolo universo fatto di spesa, mutuo, esami dei figli, salute dei genitori. Vediamo il vicino litigare e pensiamo che siano affari suoi. Sentiamo urla e alziamo il volume della televisione. Non per cattiveria: perché tra il sapere e l’agire c’è di mezzo la domanda “e io che c’entro?”.
Se il problema si forma nell’infanzia, è nell’infanzia che bisogna lavorare. È da questa convinzione che è nato, ormai due anni fa, il lavoro che ho scritto a quattro mani con Anna Paolella, Fiabe con il paracadute: ventisei fiabe rivolte ai bambini, ai loro insegnanti e ai loro genitori, che parlano di violenza, come dice il titolo, con il paracadute. Cioè in sicurezza. Il paracadute non è un vezzo poetico, parlare di violenza ai bambini senza protezione significa esporli a un’angoscia che non hanno strumenti per elaborare, e ottenere la paura invece della consapevolezza. La fiaba mette la distanza giusta, permette di riconoscere il meccanismo attraverso un lupo o un bosco senza doversi identificare direttamente; poi il libro apre il paracadute, con un vocabolario per dare un nome alle cose, indicazioni pratiche su come e a chi chiedere aiuto, e sempre un adulto mediatore accanto. Nessun bambino resta solo dentro la storia. L’obiettivo vero, però, non è informare: è allenare l’empatia, quella capacità purtroppo ancora troppo ignorata che in realtà è l’unica capace di salvare la vita.
La mia idea è semplice, se un uomo reo di femminicidio fosse stato un bambino educato all’affettività, al rispetto, alla gentilezza dalle due più grandi istituzioni formative, la famiglia e la scuola, oggi sarebbe un uomo con maggiore consapevolezza di sé, dei suoi vissuti emotivi, delle sue azioni, e con un maggiore controllo su di esse. Non è un pensiero ingenuo, è ciò che dicono i dati sui programmi scolastici di educazione socio-emotiva, che la più ampia meta-analisi oggi disponibile, 424 studi sperimentali, oltre 575.000 studenti in 53 Paesi associano a più comportamenti prosociali e meno comportamenti aggressivi. Non è una garanzia. È però la variabile su cui possiamo davvero intervenire, e possiamo farlo trent’anni prima del delitto.
Negli anni in cui ho svolto questa prevenzione in tantissime scuole, insieme alle mie colleghe e con l’aiuto dell’associazione Stop Bullismo ODV di Macchia d’Isernia, ho però capito che stavamo andando nella direzione giusta ma mancava qualcosa. E quel che mancava era il coinvolgimento diretto dei genitori. Un laboratorio dura due ore; poi il bambino torna a casa, dove passa il resto della sua vita e dove impara, molto più che dalle nostre schede, guardando come si parlano i suoi genitori, cosa succede quando qualcuno in casa si arrabbia, se il pianto viene accolto o deriso, se a un maschio è concesso avere paura. Se scuola e famiglia dicono cose diverse, vince la famiglia. Sempre. Per questo stiamo pensando con Stop Bullismo Macchia d’Iserinia a percorsi formativi pensati apposta per loro, non corsi per imparare a fare i genitori, ma spazi in cui gli adulti facciano per primi il lavoro che chiediamo ai bambini. Perché non si può insegnare un alfabeto che non si possiede.
Nel mare, una barca naviga nella direzione giusta se tutti quelli che ne sono a bordo remano nella stessa direzione. È nella consapevolezza che il lavoro di rete, la collaborazione e la squadra arrivano dove da soli non si va. Se ognuno fa qualcosa, seppure nel suo piccolo, sentendosi corresponsabile delle sorti della nostra società, del mondo che abitiamo e dell’altro che ci è accanto, il mondo cambia, la società migliora. E forse una vita si salva. Corresponsabile, in concreto, è il vicino che non alza il volume della televisione. L’insegnante che si accorge del bambino che ripete a scuola quello che vede a casa. Il medico di base che fa una domanda in più. Il collega che non ride alla battuta. Il padre che dice a suo figlio maschio che può piangere. Il giornalista che scrive il nome di una donna prima del cognome della sua famiglia. Nessuno di questi gesti, da solo, ferma un possibile reato e forse anche un femminicidio. Tutti insieme, ripetuti per anni, cambiano il terreno su cui la violenza cresce.
Ad Alessandra, Jahan, Arowa, Mary, Luigia, Dafne, Tania, Daniela, Michela, Maria, Tania, Ornella, Joanna, Carmela Giulia e la mia cara Roberta non possiamo più restituire niente. Possiamo però smettere di trattarle come rumore di fondo. E questo, sì, dipende da noi.
Per questo facciamo coorte. E DUC IN ALTUM.
dott.ssa Antonella Petrella

