Vi spiego perché la scimmietta resta con il peluche
In questi giorni i social media sono stati inondati da un’immagine che ha commosso milioni di persone un piccolo macaco giapponese, Punch, nato il 26 luglio 2025 allo zoo di Ichikawa, che stringe a sé un grande peluche a forma di orango arancione. Lo tiene abbracciato mentre dorme, lo trascina con sé quando esplora il recinto, lo cerca quando si spaventa. Quella che sembra una storia di tenerezza è, per chi conosce la scienza del comportamento, qualcosa di molto più profondo: è la teoria dell’attaccamento che si materializza davanti ai nostri occhi. Punch è venuto al mondo pesando appena 500 grammi. La madre, una femmina al suo primo parto, provata dallo stress e dalle temperature estive, lo ha rifiutato fin dai primi minuti, arrivando persino ad allontanarlo fisicamente. I guardiani dello zoo sono dovuti intervenire, allevandolo artificialmente e tenendolo esposto ai suoni e agli odori del gruppo per prepararlo a un futuro reinserimento sociale. Privato del contatto materno, il piccolo Punch ha trovato nel peluche il suo porto sicuro: un oggetto morbido, da afferrare, da tenere vicino, che in qualche modo replica, seppur parzialmente, la presenza della madre. Questo comportamento non sorprende chi studia l’attaccamento. Sorprende, semmai, quanto sia antico! Negli anni Cinquanta e Sessanta, lo psicologo americano Harry Harlow condusse una serie di esperimenti destinati a cambiare per sempre la nostra comprensione dello sviluppo emotivo. Harlow separò cuccioli di rhesus dalle loro madri biologiche e li collocò in gabbie dove erano presenti due “madri surrogate”: una costruita in fil di ferro, dotata però di un biberon con il latte, e una ricoperta di morbido panno di spugna, ma priva di nutrimento. Secondo la teoria dell’epoca, il comportamentismo, i cuccioli avrebbero dovuto legarsi alla madre-filo, quella che forniva il cibo. Accadde esattamente il contrario. I piccoli trascorrevano la quasi totalità del tempo aggrappati alla madre-panno, correndo dalla madre-filo solo per nutrirsi e tornando immediatamente al contatto morbido. Quando erano spaventati, era alla madre-panno che si rifugiavano. La conclusione fu rivoluzionaria: il legame d’attaccamento non si costruisce attraverso il cibo, ma attraverso il contatto fisico, il calore e la presenza rassicurante. Il bisogno di conforto sensoriale è un bisogno primario, biologicamente programmato, non secondario alla soddisfazione dei bisogni fisiologici. Qualche anno dopo, Robert Hinde, l’etologo britannico che lavorò a Cambridge e che fu tra i ponti più importanti tra l’etologia animale e la psicologia dello sviluppo umano, ampliò questi studi osservando sistematicamente le interazioni tra madri e cuccioli di macaco in condizioni naturali e in cattività. Hinde dimostrò che la separazione materna produceva negli infanti primati una serie precisa di risposte comportamentali: prima una fase di protesta (vocalizzazioni, agitazione, ricerca attiva della madre), poi una fase di disperazione (ritiro, immobilità, segnali depressivi), e infine una fase di distacco (riorganizzazione comportamentale, spesso con attaccamento a oggetti sostitutivi o a figure alternative). Ciò che Hinde mise in luce con precisione era la plasticità e al tempo stesso la rigidità del sistema di attaccamento: il piccolo non può semplicemente “rinunciare” al bisogno di una figura di riferimento. Se la madre non c’è, il cervello, già nei primati non umani, cerca una soluzione alternativa. E quella soluzione può essere un oggetto morbido, caldo, afferrabile. Donald Winnicott, psicoanalista e pediatra britannico, chiamò questo fenomeno nel bambino “oggetto transizionale”, qualcosa che non è la madre, ma che la rappresenta, che colma lo spazio tra il sé e il mondo esterno nelle fasi di separazione o stress. La copertina, l’orsetto, il pupazzo preferito, tutti svolgono questa funzione. Non è una debolezza. È un segno di intelligenza emotiva, il piccolo ha trovato un modo per autoregolarsi in assenza della figura di attaccamento. Punch fa esattamente la stessa cosa. Il peluche-orango non è sua madre, ma ne assolve la funzione prossimale, offre stimolazione tattile, una superficie morbida da afferrare, una presenza stabile in un ambiente percepito come imprevedibile. Ed è significativo che proprio nel momento in cui le altre scimmie si avvicinano o i visitatori producono rumori forti, Punch stringa più forte il suo peluche. Il sistema di attaccamento si attiva di fronte alla minaccia, e cerca immediatamente la base sicura. Tutto questo ci riporta all’uomo che più di ogni altro ha costruito l’architettura teorica dell’attaccamento, John Bowlby. Psichiatra e psicoanalista britannico, Bowlby elaborò negli anni 50-60 una teoria che integrava la psicoanalisi, l’etiologia di Lorenz e la cibernetica. Per Bowlby, il legame d’attaccamento non è una sovrastruttura sentimentale, è un sistema comportamentale forgiato dall’evoluzione per garantire la sopravvivenza del cucciolo mantenendolo vicino a chi si prende cura di lui. La sua intuizione più forte e quella che rende la storia di Punch così universalmente commovente, è sintetizzata in una delle sue frasi più celebri: “Nel bambino piccolo la fame d’amore e della presenza materna non è meno grande della fame di cibo”. Harlow l’aveva dimostrato con l’esperimento delle madri surrogate. Punch ce lo mostra ogni giorno, aggrappato al suo peluche arancione. La storia di questo piccolo macaco giapponese è diventata virale non per caso. Ci ha toccati perché parla diqualcosa che riconosciamo visceralmente, al di là delle specie. Parla del bisogno fondamentale di essere tenuti,di sentire qualcosa di caldo tra le braccia, di avere una “base sicura” da cui partire per esplorare il mondo. Bowlby aveva ragione.
(foto tratta dal web)

