Mancarsi

Mancarsi

Il “mancarsi” è un’esperienza emotiva complessa, che si colloca all’incrocio tra affettività, attaccamento e costruzione del legame con l’altro. Quando diciamo che “ci manchiamo”, stiamo nominando un vuoto: la percezione che una parte significativa di noi stessi trova senso solo in relazione a quella persona. È come se la sua assenza aprisse uno spazio che non si colma facilmente con altro.

Dal punto di vista psicologico, il “mancarsi” può avere più sfumature. Sul piano dell’attaccamento richiama il bisogno primario di vicinanza e sicurezza: la persona che ci manca è diventata una base sicura, il suo esserci ci rassicura e il suo mancare ci disorienta. Bowlby lo descriveva chiaramente: la separazione da una figura significativa attiva il sistema di attaccamento con sentimenti di allarme, tristezza e ricerca. Sul piano identitario, ci manca qualcuno quando con lui o lei abbiamo costruito parti di noi stessi: abitudini, routine, significati, memorie condivise. Non è solo la persona a mancare, ma anche il pezzo di identità che viveva attraverso quella relazione. Sul piano affettivo e relazionale, mancarsi significa riconoscere che c’è stato un incontro autentico, un legame che lascia traccia. Infine, sul piano del desiderio, mancarsi vuol dire che la spinta verso l’altro è ancora viva: desiderio di prossimità, di intimità, di sentirsi visti e riconosciuti. L’assenza amplifica il bisogno e a volte lo rende quasi insostituibile.

Nelle relazioni questo vissuto può avere significati diversi: nelle persone con un attaccamento sicuro la mancanza diventa nostalgia dolce, una distanza che non spegne la fiducia; in quelle ansiose, invece, la mancanza si trasforma in sofferenza e paura di abbandono; nelle evitanti spesso viene negata o compensata, pur emergendo come irritazione o vuoto; nelle disorganizzate il mancare è ambivalente, desiderato e temuto insieme, e genera relazioni intense ma instabili.Mancarsi è la conferma di un legame condiviso.

Non ci manca chi, nella nostra vita, ha ricoperto un ruolo marginale. Bowlby direbbe che, chi ci manca, è entrato nel nostro modello operativo interno e, quindi, in questa ottica, mancarsi significa percepire l’assenza di una parte di sé che era stata integrata con l’altro. Ma cosa accade quando viviamo questa mancanza nella quotidianità? Forse riconosci quella sensazione al mattino, quando apri gli occhi e per un istante cerchi l’altro accanto a te. O quella particolare malinconia che ti prende quando vedi qualcosa che vorresti condividere con lui o con lei, ma non c’è. È il modo in cui il cuore ci ricorda che abbiamo permesso a qualcuno di diventare importante.

Mancarsi, quindi, è un segnale: ci dice quanto quella relazione ha inciso dentro di noi. Può essere un’esperienza nutriente, che rinforza la consapevolezza del legame, oppure dolorosa e persino tossica se la mancanza diventa dipendenza, se alimenta l’idealizzazione o se sfocia in comportamenti di controllo e ossessione.

Ma allora, se due persone si mancano (senza che questa mancanza sfoci nella dipendenza e in comportamenti devianti), perché non restano insieme?

Perchè mancarsi non è sufficiente a poter costruire insieme un progetto condiviso. Ci si può mancare e non volere le stesse cose: è come avere due note musicali bellissime ma che, suonate insieme, non fanno armonia.

La chiave sta nel riconoscere che puoi sentire profondamente l’assenza dell’altro senza per questo smettere di esistere come persona intera. È possibile onorare quello spazio vuoto che senti dentro, dargli il giusto peso emotivo, senza permettere che diventi l’unica cosa che definisce le tue giornate.

Questo non significa reprimere quello che provi. Anzi, significa accogliere la mancanza come parte naturale del tenere a qualcuno, come il prezzo dolce e amaro che paghiamo quando permettiamo a un’altra persona di toccarci davvero.